"DeBindizziamo" la sanità
Il precedente Governo di centro-sinistra ha portato a termine, su temi sociali fondamentali, quali scuola e sanità, riforme che hanno condizionato, in modo rilevante, le reali possibilità di sviluppo e di miglioramento della condizione di vita dei cittadini.
Queste riforme sono state fatte passare, con l’avallo o il silenzio della maggior parte dei mezzi di comunicazione, dei sindacati e di alcune associazioni professionali e scientifiche, quali interventi garantisti e rispettosi dei principi di solidarietà e di libertà. Non è proprio così perché la loro impronta culturale centralista ci ha reso sempre meno liberi.
La riforma Bindi ha, di fatto, obbligato i medici ospedalieri alla cosiddetta "scelta esclusiva" che ha limitato gli aspetti fondamentali delle attività di cura, rappresentati dalla libertà di scelta dei cittadini e dalla centralità del rapporto medico-paziente, relegando la professione medica entro gli schemi della burocrazia e offrendo al cittadino, quale unico soggetto interlocutore, la struttura e la sua organizzazione.
Il Governo, di cui faceva parte il Ministro Bindi, è riuscito, contro l’offerta di un bel piatto di lenticchie, a tacitare la categoria dei medici e a ridurre al silenzio le loro associazioni, senza peraltro affrontare e tentare di risolvere i veri problemi annosi del mondo della sanità rappresentati dall’efficacia e dall’efficienza.
Questo processo ha prodotto una costante marginalizzazione dei medici dagli ambiti decisionali delle loro attività, senza offrire la possibilità di incidere, in termini costruttivi ed originali, sui contenuti del loro lavoro, declassandoli ad anonimi erogatori di protocolli di cure.
Tutto ciò in un periodo storico in cui si afferma il concetto di governo clinico che è una modalità di gestione e di miglioramento della qualità e della efficienza della attività sanitaria, con il concorso attivo dei medici.
Il governo clinico rappresenta, infatti, una politica sanitaria che mette al centro della propria attenzione l’efficacia e l’appropriatezza clinica delle prestazioni, creando le condizioni necessarie per fare in modo che la valutazione della qualità di queste ultime diventi parte integrante dell’attività istituzionale dei servizi; ciò potrà ridurre il tanto lamentato atteggiamento economicistico delle aziende, atteggiamento legato al fatto che la decisione è oggi totalmente nelle mani del potere amministrativo.
Perché esso si possa veramente realizzare dovrà trovare recettività nel personale sanitario in generale e nei medici in particolare. E’ necessario pertanto ridare dignità, consapevolezza ed autonomia ai medici, oggi fortemente compressi dalla figura monocratica del direttore generale che ha poteri che non trovano eguale in nessun altra azienda e che mortifica i sanitari escludendoli dai processi decisionali aziendali.
Il nostro progetto di modifica dell’attuale disciplina del rapporto di lavoro dei medici del Servizio Sanitario Nazionale, principio cardine della riforma Bindi, vuole contribuire a sanare una gravissima violazione della libertà professionale dei medici, offrendo ad essi la possibilità di esercitare la professione privata senza vincoli ingiustificati, senza preclusioni di carriera e con la possibilità di cambiare le proprie scelte.
Tanto più che l’aver costretto (perché di costrizione si è trattato) i medici al cosiddetto rapporto esclusivo, ha ottenuto l’effetto contrario, anziché favorire l’uguaglianza dei cittadini di fronte al fondamentale diritto alla salute, ha provocato evidenti ingiustizie, creando un doppio accesso alle cure negli ospedali pubblici che ovviamente privilegia chi può pagare in proprio.
E’ sotto gli occhi di tutti, utenti e personale sanitario, magistratura compresa, come il problema delle liste d’attesa, sia totalmente irrisolto, a dispetto delle ottimistiche previsioni dell’onorevole Bindi.
La riforma ha fallito anche perché non ha saputo offrire all’utenza servizi efficienti, snelli ed efficaci, né è stata in grado di realizzare economie gestionali con gli scarsissimi ricavi ottenuti dalla libera professione intramoenia. Il pagamento delle indennità di esclusività ai medici è costato infatti al Sistema Sanitario Nazionale oltre un miliardo e mezzo di euro all’anno (3.000 miliardi di vecchie lire), contro i novanta milioni di Euro all’anno ricavati dall’esercizio dell’attività professionale intramuraria (sia nel 2001 che nel 2002). La spesa sostenuta annualmente dai cittadini per ricevere le prestazioni in regime di libera professione intramoenia ammonta, infatti, a circa 790 milioni di euro. I corrispettivi versati al personale che svolge le prestazioni ammontano a 700 milioni di euro e quindi solo la differenza di 90 milioni di euro all’anno è trattenuta dalle aziende sanitarie.
Tale somma non copre certamente i costi sostenuti dalle aziende per erogare le prestazioni in regime libero professionale ai cittadini, e, pertanto, si può sostenere che detta attività risulta, in parte, finanziata indebitamente con risorse pubbliche. Non vi sono informazioni sul numero di prestazioni specialistiche effettuate in regime di intramoenia, ma per quanto riguarda l’assistenza ospedaliera risulta invece che nell’anno 2001 sono stati effettuati 37.500 ricoveri in intramoenia e, purtroppo, tra i primi 5 DRG più diffusi per numerosità di dimissioni figura il ricovero per chemioterapia!
Quindi la proposta di legge da noi presentata, se da un lato tende a ridare dignità professionale e libertà di scelta al personale medico, dall’altro si pone l’obiettivo di ristabilire l’uguaglianza di tutti i cittadini sul tema del diritto alla salute.
Innanzitutto si vuole sopprimere il principio della irreversibilità della scelta che è alla base dell’opzione per il rapporto esclusivo, legato come è adesso alla assunzione di responsabilità di strutture complesse. E’ forse questo l’aspetto che più di tutti, unitamente alle gravi penalizzazioni nei confronti dei medici a rapporto non esclusivo e alla mancanza di spazi adeguati all’esercizio della libera professione intramuraria, ha causato un sostanziale dissenso da parte della dirigenza medica. Questo scollamento tra medici e rispettive aziende, che è alla base della diminuzione dei livelli qualitativi e quantitativi delle prestazioni, ha determinato l’allungamento delle liste d’attesa e la disuguaglianza tra coloro che possono pagare le prestazioni e coloro che non possono.
In altre parti del provvedimento si intende integrare il collegio tecnico di verifica professionale dei dirigenti sanitari e modificare i criteri di attribuzione degli incarichi di struttura complessa, prevedendo l’espressione di pareri obbligatori da parte del collegio di direzione, come peraltro previsto dall’articolo 17 della 502 del ’92, che ha inteso stabilire il principio fondamentale del coinvolgimento obbligatorio di un organo tecnico nel governo delle attività cliniche, nella programmazione e nella valutazione delle attività tecnico-sanitarie dell’Azienda. Questo principio, viene da noi confermato e rafforzato attraverso la previsione dell’acquisizione obbligatoria, su alcuni atti particolarmente rilevanti, del parere preventivo del predetto collegio, organismo tecnico composto dai massimi dirigenti medici dell’Azienda. Tale parere ridimensionerà i poteri assoluti dei direttori generali, che dovranno specificatamente motivare qualsiasi decisione assunta in contrasto con il parere dell’organo tecnico.
Va però precisato che questa disposizione, più che a limitare l’autonomia dei direttori generali su problematiche specificatamente tecniche, è finalizzata ad assicurare l’effettivo coinvolgimento, inteso anche come corresponsabilizzazione, dei massimi dirigenti sanitari aziendali nelle decisioni più rilevanti del governo delle attività cliniche dell’Azienda. Questo principio, peraltro, non contrasta con le competenze delle Regioni che continueranno a mantenere ampi spazi di autonomia per disciplinare più analiticamente la materia.
Infine io credo che l’art. 8 di questa proposta di legge, che prevede la stipula obbligatoria da parte dei dirigenti medici di un contratto di assicurazione per la responsabilità civile professionale, sia assolutamente innovativo e decisivo per ridare ai sanitari serenità nell’esercizio della loro attività e fiducia nelle scelte degli indirizzi clinici, stante la crescente conflittualità tra utenti da una parte e operatori del Servizio Sanitario Nazionale dall’altra.
* Deputato - Presidente della Commissione Affari Sociali della Camera