Oserei dire che da un punto di vista temporale la parola passa alle regioni, quindi vediamo di fare un attimo un paio di precisazioni, dove ovviamente si condivide la modifica costituzionale è fatta, ma la legislazione statale sarà opportuno che detti oggettivamente i principi, perché il rischio e la paura che dai principi si scenda sempre nell’analitico fa parte della nostra storia. Non è una novità. Perché d’altra parte è giusto, io credo che, o meglio, sarei curioso di sentire qualcuno che possa obiettare che il principio di tutela dei principi generali dei cittadini italiani possa essere, non dico diverso, ma esposto in modalità diverse a seconda della regione di appartenenza. Quindi su questo non ci sono dubbi. Poi però andiamo nella pratica. Nella pratica vuol dire mettere in condizione tutte le regioni di organizzare nel modo più completo possibile, quindi più efficiente ed efficace, il servizio sanitario stesso per i propri cittadini e per discipline di altre regioni, che per tutto un insieme di motivi, spesso estremamente seri, vengono a curarsi nelle regioni poi di appartenenza, parlo perlomeno della Lombardia. Dal punto di vista organizzativo-gestionale, ho l’abitudine di evitare gli slogan, ad esempio parliamo da tempo del riordino della rete ospedaliera e, anche stamattina, ho sentito il sottosegretario dire "i piccoli ospedali vanno chiusi". Questo processo organizzativo non può a mio parere essere considerato come uno slogan, va verificato, situazione per situazione, secondo proprio le peculiarità della situazione stessa. Non dico regione per regione, dico all’interno della stessa regione per situazione territoriale specifica. Non è assolutamente detto che per definizione un ospedale con cento posti letto sia inutile, sia inefficiente, chiuda. Semmai il problema è organizzare i servizi di questo ospedale in funzione di alcune esigenze di popolazione. Perché anche questo, ve lo dico per esser in trincea, contribuisce a creare uno stato confusionale estremamente pericoloso nel cittadino. Perché se è vero che noi abbiamo un problema di natura storica sulla sanità, è altrettanto vero che il cittadino nel momento in cui gli tocchi la sanità si fa prendere letteralmente dall’angoscia. Io ho visto persone letteralmente non ragionare più, quindi il cittadino quando pensa di non star bene rivendica immediatamente l’ospedale in cantina sua. Ed è un’operazione di tranquillità e di dimostrazione di efficienza che può contribuire a risolvere alcuni problemi organizzativi. Peraltro quando poi parliamo di modelli organizzativi, io scopro una cosa, la programmazione regionale o meglio ancora l’inventario dei bisogni, e quindi come tale, le modalità di intervento che il consiglio regionale o la giunta regionale o il presidente della regione, a seconda delle competenze si decidono, passano necessariamente in possesso di un archivio storico analitico di dati di natura epidemiologica. Perché per chi ancora oggi in qualche realtà italiana, non ha ancora questi dati epidemiologici, mettere in piedi un processo organizzativo di natura regionale è oggettivamente complesso, rischioso e può comportare degli sprechi. E’ indubitabile il fatto che dal punto di vista del dato epidemiologico la regione Lombardia ha un’incidenza di patologie oncologiche superiori di altre parti d’Italia rispetto alla quale, non solo bisognerà tenerne conto, ma è di tutta evidenza, perché è oggettivo che il punto di vista della ricerca dell’elevata qualità delle patologie oncologiche, è evidente che potrà esserci magari in misura superiore che in altri parti d’Italia nella regione Lombardia. Ne farebbe probabilmente volentieri a meno il cittadino lombardo, ma questa è la realtà. Perché è il dato epidemiologico che lo porta.
Allora, il problema di natura organizzativa e gestionale, è stato ribadito negli interventi che mi hanno preceduto, sia per quanto riguarda la modalità di valorizzazione, i DRG, rispetto ad altre possibilità di valorizzazione, il governo della spesa farmaceutica di natura regionale, la programmazione, l’emergenza urgenza dove si gioca la nuova frontiera veramente dell’organizzazione medico-clinica, la possibilità di avere però, e qui con l’amico Elio sono un attimino in contrasto, un minimo di autonomia gestionale anche per quanto riguarda il governo delle risorse umane. Perché sul problema dei contratti, nel momento in cui io sono tra quelli che sostengono che certamente ci vuole una base di natura nazionale, è altrettanto vero che se non c’è un minimo di disponibilità per qualunque tipo di contratto legato alla contrattazione regionale sulla quale far poi, con il necessario confronto, ma poi fare quadrare l’organizzazione, magari in alcuni casi specifica di ogni regione, ci si chiede facciamo già fatica a governare la sanità? Io che non vengo dalla sanità ma ci arrivo dopo una certa esperienza professionale, sono in grado di poter dire che è una delle attività più complesse, credo probabilmente la più complessa da organizzare. Se ci fosse qualche vincolo in meno qualche possibilità di manovra in più sarebbe estremamente auspicabile. La disuguaglianza tra i cittadini delle varie regioni è vera, le regioni per esempio, secondo me, hanno fatto nell’ultimo anno, un fantastico passo in avanti, raggiungendo un accordo duro, lungo e faticoso sulla regolamentazione della mobilità che contiene degli importantissimi elementi di appropriatezza. Perché alla fine nessuna regione ha convenienza ad avere il cittadino fuori regione per una appendicite, perché tutti noi sappiamo che qualunque prestazione sanitaria ha un costo significativo notevole. Quindi io non vedo termini di guadagno di questo tipo che, peraltro sarebbero da escludere nel concetto sanitario. E’ altrettanto vero che c’è probabilmente la necessità, anzi quasi sicuramente la necessità, che alcuni processi organizzativi che le varie regioni, chi più chi meno, hanno cominciato a fare, proseguono su una strada tale dove LEA vengano raggiunti, oggettivamente, il più presto possibile. Io qui apro una breve parentesi e chiudo perché almeno per gli addetti ai lavori, passatemi il termine, il termine LEA nel momento in cui diventa anche un dettato costituzionale, meglio ancora ribadito e sacrosanto, poi però va riempito. Quello su cui vale la pena di riflettere, non è tanto la descrizione del livello essenziale assistenza, quanto i parametri di quantificazione, che portano a considerare il livello essenziale assistenza. Tradotto: siamo proprio sicuri che sul livello nazionale serva una radioterapia ogni 150.000 abitanti? Perché poi investiamo per arrivarci. Ma non è, come ricordava prima il presidente che mi ha preceduto, il problema dell’investimento che è un problema della sanità, è il problema dell’addestramento dei medici, che sulle iperspecialità dove siamo arrivati, vale degli anni di sacrifici. Quindi è un problema di gestione ed organizzazione estremamente complesso e complicato. Quando sento parlare, anche se me ne rendo conto che probabilmente è questa strada da proseguire, della quantificazione dei livelli del Lea, io concludo con questa considerazione che non va interpretata in natura polemica, oggi la sanità nei confronti dell’economia, e mi permettano i parlamentari, perde, ve lo dico fuori dei denti come la penso, perché è stato opportunamente ricordato, essendo l’ultima arrivata come attività di natura pubblica a fare i conti con un tetto di spesa, non è certamente abituata, ed oggi l’economia che ha le sue necessità dice che devi tenere queste determinate risorse, ma sta arrivando a dettare sostanzialmente l’economia dei livelli essenziali assistenza. Perché se la spesa farmaceutica superiore al 13% del fondo ed è 13,1 lo 0,1 è spesa inappropriata. Se il numero di posti letto per mille abitanti è superiore a 4 ed è 4,5 lo 0,5 è inappropriato. Questo è un pericolo che io vedo sul quale credo valga la pena di riflettere soprattutto dal punto di vista delle regioni, non solo delle regioni ma da tutti i protagonisti del mondo sanitario che giorno per giorno lavorano e sanno bene che a volte alcuni parametri di natura generale e nazionale non è vero che corrispondano ai livelli di appropriatezza.
Grazie.
[1] Direttore Generale Sanità della Regione Lombardia
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