In Sicilia, la terra in cui sono nato e risiedo da allora, si è soliti dire che il miglior medico è il treno; nel senso che, in caso di malattia che necessita di ricovero o di intervento chirurgico, è meglio rivolgersi a qualsiasi struttura sanitaria "italiana", anziché affidarsi a strutture sanitarie locali.
Ciò a significare una sfiducia di fondo non già nella professionalità e preparazione dei sanitari, quanto, piuttosto, nella funzionalità e adeguatezza delle strutture.
Da sempre, quindi, gran parte dei malati siciliani affrontano le patologie più gravi subendo anche l’onere aggiunto di una spesa notevole oltre che un forte disagio psicologico e familiare. Senza dire che ciò comporta l’obbligo della regione siciliana di rimborsare ad altre regioni notevoli somme per le spese di cura a favore dei siciliani lì curati.
Quando mi si dice, quindi, che "il processo di decentramento e di federalismo del sistema della salute ha già determinato e determinerà differenze tra le varie regioni con riguardo alle modalità effettive di applicazione dei livelli essenziali di assistenza", non so cosa pensare del passato e cosa sperare (o temere) per il futuro.
Al fine di evitare che tali differenze si trasformino in penalizzazioni permanenti in danno di determinate zone territoriali accentuando le carenze ormai storiche, occorrerà intervenire efficacemente nell’ambito dei rapporti Stato-Regioni e Regioni-Aziende sanitarie in modo da rendere compatibile la regolamentazione del sistema con il progressivo recupero di un "gap" storico (non limitato alla sanità) che, nel tempo, non si è affrontato con la necessaria convinzione.
Il presidente Berlusconi, già nella dichiarazione programmatica del governo (luglio 2001), ha tenuto a precisare che si deve "applicare anche nel campo della sanità il principio di sussidiarietà come criterio fondamentale per migliorare i servizi e avvicinarli ai bisogni dei cittadini, abbandonando la strada della centralizzazione e della burocratizzazione"; ed ancora che "si dovrà fare dell’autonomia delle regioni il mezzo per accrescere il grado di efficacia e di personalizzazione delle prestazioni e per riorganizzare un sistema pubblico-privato che parta dalla centralità del cittadino e dalle sue necessità.
Solidarietà e sussidiarietà, quindi, come principi ispiratori delle trasformazioni nella sanità per il perseguimento del bene comune e, dobbiamo sperare, per l’umanizzazione della stessa sanità (nella ospedalità, nella cura, nella riabilitazione). Al proposito occorrerà portare avanti il cammino avviato con la cosiddetta Carta di Messina.
Il tema della salute, infatti, non è affrontabile solo con criteri aziendalistici di mercato e di profitto; occorre, piuttosto, riuscire a coniugare assistenza e produttività, efficienza e qualità, giustizia e solidarietà.
Il risultato a cui mirare è la cura della persona nel rispetto assoluto della tutela del diritto alla salute; solo in tale ottica è accettabile l’applicazione di un criterio gestionale di tipo aziendalistico finalizzato ad ottimizzare l’impiego delle risorse perché la cura della persona sia più adeguata.
La società, quindi, si deve fare carico delle necessità dei suoi membri che gli stessi non sono in grado di risolvere: chiaramente occorre individuare facendosene carico le obiettive necessità, corrispondenti ai veri bisogni, così come è opportuno non farsi carico di quelle situazioni, pur rispettabili, che qualcuno vive come imprescindibili ma che rientrano nella sfera dei desideri individuali. Occorre in ogni caso incentivare e coordinare la responsabilità e l’iniziativa dei diversi soggetti, nel rispetto e nella promozione dei principi di sussidiarietà, solidarietà e responsabilità che vanno sempre coniugati. Vi sono dei vocaboli che nel quotidiano assumono significati ben superiori a quelli loro assegnati dal dizionario. Vengono utilizzati dagli addetti ai lavori, spesso in qualsiasi materia, come risolutivi di ogni questione.
Fanno moda, o, come si dice, sono trendy e rappresentano un periodo, o, a volte, un’epoca.
Tra questi, certamente, concertazione, welfare, globalizzazione, federalismo.
Tra questi, da qualche anno, sussidiarietà.
Il concetto di sussidiarietà - inserito tra i principi cardine dell’Unione Europea - non nasce certo di recente ma fa parte del tessuto storico-culturale italiano sin dal Medioevo (comunità intermedie). Elevato a rango di principio, viene a significare che un livello (diverso o) superiore interviene soltanto se quello inferiore non è in grado di affrontare e risolvere la situazione.
Il motore, comunque, resta la persona, centrale rispetto all’interesse da tutelare cosi come rispetto al ruolo da svolgere ed alle conseguenti responsabilità. Dalla persona, e soprattutto dalla necessità di avere aiuto parte il concetto di sussidio (ausilio,aiuto) che si estende, poi, a enti via via superiori. Parecchi ne vedono la efficace applicazione solo se coniugata con il federalismo.
Come se non si potesse affrontare compiutamente alcuna questione senza invocare l’applicazione di quel principio, tuttavia, ormai si ricorre a quel termine per qualsiasi situazione aggiungendo, di volta in volta, l’aggettivo più adatto alla situazione particolare, che ne dovrebbe spiegare meglio (senza snaturarlo?) il significato: si parla, quindi di sussidiarietà verticale (criterio di distribuzione delle competenze tra Stato ed autonomie locali), orizzontale (paradigma ordinatore dei rapporti tra Stato,formazioni sociali e individui), circolare (rapporto fecondo di corresponsabilità e reciprocità tra il volontariato ed il cd. Pubblico), sociale (valutazione, per comparazione con quelle dei soggetti pubblici, delle potenzialità di soggetti privati concorrenti in riferimento a specifiche attività di interesse generale), organica (ogni corpo intermedio, avendo una specifica funzione originaria, fa quello che gli compete per sua natura), residuale (ogni livello della società umana deve fare soltanto ciò che non è materialmente possibile ai livelli inferiori), delegata (il livello superiore delega a quello inferiore alcune funzioni), rovesciata (attribuzione a comuni, province, regioni e Stato di tutte le funzioni pubbliche). Credo manchino ancora, si fa per dire, la diagonale, la trasversale, la incrociata, …… e chissà quante altre. Come a dire che ogni cosa abbinata a quel termine è certamente nobile (o diventa tale) senza bisogno di ulteriori verifiche.
Con il conseguente pericolo che ci si limiti ad enunciazioni di principio e di buoni intendimenti proprie di una politica di parole, ma poco consone ad una politica di risultati. Il presidente Berlusconi ha sempre detto che intende essere ricordato per quello che il suo governo è riuscito e riuscirà a fare, nella necessaria trasformazione dell’Italia; non già per quello che ha promesso (e non realizzato).
In materia di sanità in particolare e di tutela della salute in genere è significativo l’ottenimento di risultati non tanto e non solo nel campo fondamentale della ricerca scientifica, quanto, anche, nella salvaguardia quotidiana dei livelli essenziali di assistenza e cure per le persone che ne hanno bisogno; e qualsiasi progresso nel settore risulta di immediata percezione.
Ben venga, quindi, la sussidiarietà così come qualsiasi altro termine a cui si preferisse fare riferimento, purché coniugato con iniziative concrete e utili nell’ottica della migliore tutela del diritto alla salute. Tornando, allora ai problemi della mia regione, la Sicilia, e credo di gran parte del meridione d’Italia, ritengo che qualsiasi forma di Stato si decida di adottare (federalismo?), così come qualsiasi tipo di sussidiarietà si decida di applicare, non si potrà prescindere dalla essenziale solidarietà, nella considerazione pregiudiziale che, comunque, siamo tutti cittadini italiani ai quali deve essere garantito un livello almeno dignitoso di assistenza e cura a prescindere dal luogo in cui risiediamo, dall’esistenza e dal livello di efficienza delle strutture sanitarie. In tale ottica appare corretto prevedere un meccanismo che escluda il rapporto diretto di credito-debito tra le regioni, almeno fino a quando anche l’ultima di quelle non sarà messa in condizione di recuperare il gap strutturale di cui da sempre alcune soffrono e di fornire i servizi necessari (la potremmo, se necessario o anche solo utile allo scopo, chiamare sussidiarietà regionale). Ciò in quanto appare davvero inverosimile che per cittadini italiani residenti in Sicilia, necessitati per ragione di salute ad avvalersi di strutture ospedaliere esistenti, ad esempio, in Lombardia alla regione di provenienza vengano addebitati i costi di cure che essa non è in grado di fornire, almeno qualitativamente. Occorrerà prevedere al proposito, quindi, un fondo nazionale (perequativo), sostitutivo, come già per altri aspetti, dei vecchi contributi speciali, che operi come una sorta di camera di compensazione, al quale attingere per evitare che qualsiasi regione per i motivi detti si possa mai trovare a debito di altra in grado di sopperire a servizi di cui qualsiasi cittadino non può essere privato (a questo punto, pur di risolvere la questione, la potremmo chiamare sussidiarietà compensativa o perequativa). Allo stesso tempo, la perequazione dovrà operare come strumento di garanzia per i territori economicamente più deboli e, insieme, per l’eliminazione delle differenze di qualità ed efficienza dei servizi sanitari regionali. Chiaramente tale situazione dovrebbe riguardare l’aspetto dei veri bisogni (da valutare con criteri etici e sociali, non solo in base alle risorse disponibili) e, quindi, dei livelli (in essi compresi gli standard dei servizi e delle prestazioni) che devono essere garantiti su tutto il territorio, e non anche quello dei desideri, il cui costo è giusto rimanga a carico del cittadino utente. In tale ottica occorrerebbe determinare chiaramente l’elenco delle prestazioni garantite perché ritenute essenziali ai fini della tutela del diritto alla salute. In definitiva, nessuno vuole la carità che, pur nobile, rimane nell’ambito del sentimento della singola persona, ma nessuno può prescindere, in uno Stato che si rispetti, dal valore della solidarietà che va permanentemente coniugato con il principio della sussidiarietà per come inteso nel senso antico, consolidato, ma sempre attuale. Sono, però, i risultati pratici che contano e su quelli il governo e la maggioranza si dovranno misurare.
[1] Deputato – Vice Responsabile Nazionale Dipartimenti di Forza Italia
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