La Riforma dello Stato motore di ogni processo di rinnovamento
Con la globalizzazione sono emersi nuovi attori sociali nelle relazioni internazionali che relativizzano la sovranità degli Stati in nome di principi umanitari (i diritti civili e politici e le organizzazioni per la loro difesa; il ‘68 americano ed europeo con la carica contestativa verso le istituzioni; la conferenza di Helsinki del 1975 ed il dissenso nelle dittature comuniste). Ma anche la fine della guerra fredda e dei due blocchi, che avevano congelato la situazione internazionale, rimette in movimento la situazione, fa proliferare associazioni infrastatuali ed interstatuali, moltiplica e rafforza la cultura dell’autodeterminazione dei popoli. Insomma, la globalizzazione, con la sopranazionalità dei mercati, del lavoro, della moneta, delle informazioni e dei modelli culturali, accentua e rende travolgente la crisi dello Stato Nazione; e dall’altro canto provoca una profonda nostalgia delle radici comunitarie e dell’identità logistica. Se nel mondo occidentale si moltiplicano i segni della crisi dello Stato Nazione, in Italia lo Stato centralista e giacobino va ogni giorno di più in pezzi (la inefficiente burocratizzazione dei servizi pubblici, l’arroganza delle corporazioni, la obsolescenza delle infrastrutture, la sicurezza e le frontiere colabrodo, la crisi della giustizia). Dice bene Alain Benoist "la concezione bodoniana della sovranità, in successione ha ispirato la monarchia assoluta, il giacobinismo rivoluzionario, il nazionalstatalismo, l’ideologia repubblicana, i fascismi ed i regimi totalitari". In effetti la pace di Westfalia (1648) costruisce, sul modello di Bodin il sistema degli Stati Nazione. I Giacobini della convenzione trasferiscono il potere assoluto del re dell’Ancien Regime alla Nazione, l’assolutismo della Nazione sta prima dei diritti dei cittadini liberi ed uguali. Qui sta il cuore del Centralismo - Statalista della Sinistra Italiana. Dall’assolutismo della Nazione dei Giacobini rivoluzionari si passa alla sacralità dello Stato Etico di Hegel (da cui derivano i vari fascismi) ed infine all’assolutismo della classe secondo Marx e Lenin. Ma ora la crisi della modernità ed il passaggio alla postmodernità travolge lo Stato - Nazione. Dice ancora Alain Benoist: "L’erosione dall’alto come dal basso dello Stato-Nazione segna la fine della modernità, ovvero l’uscita dell’era Westfaliana ". Alla crisi dello Stato-Nazione c’è invece una sola risposta coraggiosa che può rifondare l’unità nazionale e rimettere in moto la macchina dello sviluppo: ricostruire l’unità nazionale sul federalismo e sul principio di sussudiarietà, sui valori della solidarietà e della responsabilità. Incominciamo a recuperare i fondamenti e la grande tradizione liberaldemocratica e cattolica che lungo i secoli si sono opposte all’assolutismo statalista sia nella versione giacobino marxista sia in quella Hegeliana nazionalista - fascista. In primo luogo il principio di sussidiarietà e le sue radici culturali: da S. Tommaso a Locke, a Stuart Mills, a Tocqueville, a Proudhon, alla Rerum Novarum, alla quadrigesimo Anno, al Codice Sociale di Malines, al Trattato di Roma, al trattato di Maastricht. Poi mettere in luce e valorizzare la cultura e la tradizione federalista: da Althusius ed il suo "sistema ascendente di federalizzazione consecutiva" alla Costituzione americana del 1787, a Tocqueville di Democrazia in America; dai federalisti del nostro risorgimento (Cattaneo, Gioberti, Ferrari, Rosmini) al popolarismo di Don Sturzo; dalla scuola federalista inglese degli anni ‘20 a Einaudi, Dorso, Calamandrei, Salvemini, Spinelli. Tutta questa tradizione e questa cultura istituzionale possono essere riassunte nel primato della persona e delle sue organizzazioni sullo Stato.
Siamo di fronte ad una scelta di campo che coinvolge il sistema delle libertà; da qui l’insanabile contrasto, l’evidente alterità rispetto alla cultura istituzionale giacobino - marxista ed Hegeliano nazionalista. Da questa scelta di fondo interna al sistema delle libertà, anche l’unità nazionale assume connotati completamente diversi. Noi ci sentiamo vicini al pensiero di Carlo Cattaneo: "l’unità nazionale deve essere intesa come armonizzazione della molteplicità". La storia del nostro Paese, la cultura politica consolidata, l’ampio e ramificato potere della burocrazia, il centralismo giacobino e trasformista della Sinistra postcomunista, sono ostacoli enormi con cui bisognerà fare i conti, senza facili entusiasmi e senza superficiali semplificazioni.
Quindi, in primo luogo bisogna uscire dai nominalismi ed ancorarsi a scelte concrete che migliorino le condizioni di vita e di libertà dei cittadini, evitando anche pericolose fughe in avanti legate alla improbabile consistenza storico culturale politica di supposte "Nazioni Padane": per vincere la forte tradizione e cultura centralistica del Paese ci vuole concretezza, realismo ed una grande capacità di mobilitazione culturale e morale.
In secondo luogo bisogna modificare l’assetto istituzionale:
a) elezioni dirette dal Capo dell’Esecutivo per rafforzare l’unità nazionale;
b) Senato delle autonomie locali (Bundesrat);
c) riordino territoriale mediante razionalizzazione ed accorpamenti (fondere alcune regioni, accorpare molti comumi, etc.);
d) federalismo costituzionale cioè parità costituzionale tra "tutti i federati" sussidiarietà vera ed effettiva, delegiferazione, semplificazione delle procedure, deburocratizzazione a tutti i livelli.
In terzo luogo, introduzione del federalismo fiscale: cioè potestà impositiva e non semplice trasferimento di quote di tributi erariali si richiede quindi il collegamento budgetario tra le entrate e le uscite finanziarie (la finanza locale non è una finanza addizionale); la riforma fiscale; la ripartizione del potere fiscale tra Centro, Regioni e Comuni. Questo disegno non sta in piedi se non è animato dai valori della solidarietà e della responsabilità. Non bisogna dimenticare che ora le entrate e, quindi, i bilanci degli Enti Territoriali sono basati all’80% almeno sul trasferimento di imposte.
In quarto luogo, evitare scrupolosamente i rischi del neocentralismo regionale.
Come?
Rafforzando il ruolo della società civile secondo lo spirito della sussidiarietà orizzontale; coinvolgendo, secondo il principio della sussidiarietà verticale, i Comuni, le Provincie, le Aziende di gestione, le ASL. Insomma costruire un modello di Regione - Comunità, cioè una sintesi armoniosa tra libertà e coesione sociale.
In concreto:
- drastica delegiferazione;
- semplificazione delle procedure;
- trasparenza nella formazione delle leggi;
- rispetto e coinvolgimento delle autonomie locali, sociali, culturali, economiche;
- trasferimento delle gestioni agli Enti territoriali subregionali.
In sintesi, la radicale riduzione dei poteri e della presenza dello Stato, significa ridisegnare secondo i principi federalisti, i contratti di lavoro, il sistema di Welfare, la politica delle infrastrutture, la tutela dell’ambiente e la Protezione Civile, l’istruzione unitamente alla cultura ed ai beni artistici. Del resto anche l’integrazione europea ed il concreto prevalere di una linea Europa-Regioni, collocano su un altro piano la politica delle infrastrutture e dei loro collegamenti, dei servizi e della loro integrazione territoriale, del lavoro, della tutela dell’ambiente, della delocalizzazione industriale, dei flussi turistici, (i legami del Piemonte e della Liguria con la Francia; la integrazione del Nord-Est con la Baviera, l’Austria, la Slovenia, la Croazia; il ruolo fondamentale del Mediterraneo). Insomma una corretta impostazione federalista facilita una più equilibrata integrazione economica europea. C"è nel nostro Paese una evidente e clamorosa "questione settentrionale" nel senso che questa nostra area, epicentro dei processi di modernizzazione e di integrazione europea non trova alcuna legittimazione e soffre maggiormente il suo "gap di modernità". Quindi il Nord è alla ricerca di una rappresentanza politica e di una strategia di integrazione europea. Ma tutto il Sud del Paese è alla ricerca di una strategia di sviluppo, di lavoro, di infrastrutture competitive, di servizi dignitosi. Il federalismo è essenziale per lo sviluppo del Sud, per valorizzare l"agricoltura, per sostenere il turismo, per impiegare il capitale umano e la nuova classe dirigente degli Enti Locali. Il Sud deve recuperare la sua grande tradizione culturale, riflettendo con orgoglio sugli insegnamenti di Sturzo, Dorso, Salvemini. E proprio sul nodo della "questione meridionale" entra in gioco la cultura della solidarietà, senza la quale non vi sarà rinnovamento dello Stato, ma solo imbarbarimento ed egoismo qualunquistico. Però lo sviluppo del Sud ha bisogno anche di una diversa politica estera, cioè il Mediterraneo deve diventare uno spazio fondamentale nella politica della U.E. II disegno di rinnovamento dello Stato in senso federalista non è certo la risposta ad egoismi fiscali piccolo borghesi o velleitarie nuove mode politiche. E’ una fondamentale occasione storica modernizzare la società italiana nel suo complesso; per attrezzarla alle sfide della integrazione europea; per colmare l’abisso che separa i governati dai governanti; per salvare e valorizzare le culture di appartenenza e le identità locali di fronte ai processi di omogeneizzazione e spersonalizzazione insiti nella globalizzazione; per rifondare l"unità nazionale attraverso la sussidiartela, la solidarietà, la responsabilità. Il rinnovamento dello Stato in senso federalista costituisce il cuore della proposta politica della Casa delle Libertà. Questa "convention" di F.I. su ""Federalismo e Sanità" capita nel pieno delle polemiche sorte intorno alla Riforma Istituzionale. E vuole essere un contributo serio affinché la riforma dello Stato in senso federalista e regionalista entri nella coscienza collettiva come un valore; vuole essere un contributo serio affinché il confronto politico esca dagli stereotipi degli slogare delle parole d’ordine, delle polemiche strumentali ed affronti finalmente con pacata concretezza l"evolversi delle istituzioni, delle procedure, delle regole che costituiranno la nuova risposta ai bisogni dei cittadini. Riformare lo Stato non significa riempirsi la bocca di slogan e di parole d"ordine; né basta approvare una legge sia pure incisiva. Il processo di riforma è un cammino lungo, senza soste, che ha bisogno di un vasto ventaglio di forze culturali e sociali, di un duraturo e consapevole sostegno, prima di diventare carne e sangue della vita del Paese. Ad esempio, intorno al delicatissimo comparto della salute dei cittadini, il nostro disegno riformatore è costantemente ancorato a tre principi-valori: il principio di sussidiarietà, il valore della solidarietà, il valore della responsabilità. Tutti i grandi problemi messi in moto dalla riforma in senso federalista della sanità vanno affrontati e risolti alla luce dei tre valori cardine: cosi il problema del finanziamento complessivo della sanità, cosi la gestione manageriale delle aziende ospedaliere, così le modalità della programmazione delle strutture e dei servizi sul territorio, così la collaborazione tra le regioni, cosi la complessa dimensione della ricerca. La società contemporanea è una struttura complessa; quindi il processo riformatore ha bisogno di cultura, di approfondimenti, di strumenti flessibili.
In questo senso va il nostro convegno.
Non abbiamo alcun interesse né per le parole d’ordine né per gli slogan né per la propaganda di bottega.
[1] Deputato – Responsabile Nazionale Dipartimenti di Forza Italia
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