introduzione
On. Sandro Bondi
 
I - Problemi normativi, organizzativi e gestionali
On. Prof. Domenico Di Virgilio
On. Eolo Parodi
On. Donato Bruno
Sen. Carlo Vizzini
Dott. Carlo Lucchina
Prof. Alessandro Rampa
Prof. Francesco Cognetti
Dr Stefano Biasoli
Fra Mario Bonora
Prof. Giuseppe Del Barone
On. Fabio Minoli Rota
 
II - Gli aspetti finanziari del modello sanitario federalista
Sen. Giuseppe Vegas
Prof. Antonello Zangrandi
On. Avv. Fabio Gava
 
III - Principio di Sussidiarietà e valore della Solidarietà
Sen. Maria Elisabetta Alberti Casellati
On. Avv. Antonino Gazzara
On. Prof. Giuseppe Palumbo
Sen. Antonio Tomassini
Prof. Avv. Achille Chiappetti
Prof. Enrico Garaci
Prof. Walter Pasini
Dr Giuseppe Garraffo
 
Conclusioni
On. Prof. Gianstefano Frigerio
 
Fra Mario Bonora
 

C’è un gran parlare in questi ultimi tempi dell’urgenza di passare da uno "stato assistenziale" ad uno "stato sociale" anche nel campo sanitario, capaci di riqualificare la spesa e di armonizzare in modo nuovo efficienza e solidarietà, mercato e Stato, privato e pubblico.

In un recente documento della C.E.I. (Conferenza Episcopale Italiana) si legge: "un nuovo Stato sociale non può essere governato solo da un centro pensato come vertice della società, né può essere forgiato dalla "mano invisibile" del mercato. Il binomio Stato-mercato, che ha costituito l’asse portante di tutta la società moderna e su cui si sono retti i regimi di stato sociale del secondo dopoguerra, non è più sufficiente né adatto. E’ necessario far intervenire un terzo polo, il cosiddetto terzo settore o privato sociale, costituito da libere associazioni, volontariato, cooperative di solidarietà sociale, fondazioni ed organizzazioni varie di tipo "no-profit" (come quelle da me rappresentate).

In altri termini, è necessario pensare a Stato, mercato e "terzo settore" come poli aventi pari dignità ed in relazione tra loro.

Di fronte ad una cultura che spesso sembra spingere a considerare l’intero sistema sanità come una qualsiasi azienda, la salute come un prodotto e il malato come un cliente, è urgente e necessario riaffermare la centralità della persona umana. A questo riguardo la sfida più grande è quella di rispettare, salvare e promuoverne la dignità, e in particolare, di quelle persone che si trovano in uno stato di sofferenza, di malattia, di debolezza.

Si tratta, in altre parole, di riscoprire il senso più vero e l’esigenza più impegnativa della centralità dell’uomo ogni volta che si parla di salute e di sofferenza.

Proprio perché ciò che è in gioco è la tutela della salute, non possiamo dimenticare che ci troviamo di fronte di quei beni fondamentali che non possono essere soddisfatti mediante i soli meccanismi del mercato.

Si tratta allora di affrontare i temi della sanità secondo l’ottica di uno Stato sociale particolarmente nelle sue articolazioni regionali, che sappia coniugare insieme assistenza e produttività, efficienza e qualità, giustizia e solidarietà.

Passiamo ora a trattare brevissimamente alcuni aspetti di carattere generale e di vitale importanza anche per le Istituzioni private che operano nel comparto Sanità e per i cittadini che ad esse afferiscono. Quanto andrò dicendo vuole essere anche un invito a riflettere per coloro che sono chiamati a programmare e gestire la Sanità nelle varie Regioni.

Le leggi di riordino del S.S.N., e particolarmente la bis e la ter, hanno posto il cittadino al centro del sistema sanitario.

Il paziente infatti è libero di scegliere tra una pluralità di erogatori, i quali, per effetto del sistema di accreditamento e della verifica e revisione di qualità, devono essere in grado di assicurare servizi e prestazioni di buona qualità; ma questo nuovo sistema stenta ad essere applicato in varie Regioni, mentre i nostri Enti si sono adeguati alle necessità previste dalle nuove leggi di riordino sanitario, con ingenti investimenti non finanziati dalle Regioni, né dallo Stato, assicurando buoni livelli di assistenza ai cittadini, nonostante la mancanza di appositi fondi in conto capitale, per gli adeguamenti contrattuali e per i ripiani dei bilanci.

Ora, è auspicabile che l’accreditamento, una volta attuato, ponga sullo stesso piano strutture pubbliche e private, dettando regole ed opportunità uguali per entrambi, perché la libera scelta del cittadino si possa effettivamente attuare.

Per quanto concerne la programmazione in generale è doveroso osservare che abbiamo l’impressione che non sempre si tiene in conto abbastanza dei cosiddetti flussi dei cittadini. E mi spiego meglio. Abbiamo detto che al centro del sistema c’è il paziente che è libero di scegliere la struttura che ritiene più idonea a fornirgli la migliore prestazione. Occorre che le varie programmazioni regionali tengano conto di ciò, pena: la crescita incontrollata della spesa sanitaria. E’ fuor di dubbio infatti, che un ospedale efficiente e quindi scelto dal cittadino, costa più di prima in quanto cura più persone e meglio.

L’obiettivo dei 160 ricoveri per 1000 abitanti si può ottenere soprattutto con una accurata, puntuale riorganizzazione della rete ospedaliera regionale; nonché con l’istituzione delle RSA (residenze sanitarie assistenziali); con il potenziamento dell’assistenza domiciliare, con una adeguata organizzazione distrettuale e promuovendo la medicina preventiva, e ciò prima della chiusura degli Ospedali e non dopo.

Gli Enti che io rappresento sono decisamente per la difesa ed il mantenimento del nostro sistema sanitario nazionale.

Stabilito che il buon funzionamento di tale sistema è in favore di tutti i cittadini, c’è da chiedersi se alcuni provvedimenti assunti o in itinere siano coerenti con la volontà politica espressa di tutelare al massimo livello l’interesse di salute dei cittadini (per es.: i L.E.A.).

Appare chiara, insomma, la "critica" del momento che viviamo.

Mi riferisco, più in generale, alla volontà del Governo di coniugare il valore della solidarietà con quello della salute nel bel mezzo di una "rivoluzione istituzionale" (la "devoluzione" per l’appunto) e di una crisi economica profonda (i conti pubblici non quadrano).

In un quadro non certo idilliaco non sarebbe il caso di invocare una "pausa di riflessione" per non catapultare ai livelli regionale e territoriale innovazioni che rischiano esiti incerti, come ad esempio il non ben meditato passaggio tra uno Stato assistenziale che se ne va al tramonto e uno Stato sociale che tarda a vedere la luce.

Si tratta allora di interrompere una "politica di riforme"? No di certo! A mio avviso si tratta soltanto di sapere qual è questa "politica" e quali "riforme" sono davvero in atto o da attuarsi.

E’ in questo contesto che si inserisce l’azione dell’ARIS con lo scopo di svolgere un opera di chiarimento, ma anche di contrasto, se necessario, quando si tenta di distorcere i principi fondanti della riforma sanitaria, come quando – ad esempio – si lede il principio di equità all’atto di erogare le prestazioni sanitarie e il diritto alla salute costituzionalmente garantito a tutti i cittadini.

Anche per questi motivi devono rispettate le leggi dello Stato le quali mettono sullo stesso piano, compreso quello economico-finanziario, il servizio sanitario prestato dagli Enti privati no-profit, rendendo così possibile la libera scelta del cittadino.


 


 

[1] Presidente ARIS